Il tempo libero di un ragazzo spesso è un tempo dedicato alla pratica di un'attività sportiva. L'esperienza dello sport nasce molto presto nella vita dei ragazzi. Prima c'è il gioco, poi si inizia a chiamarlo sport. Si gioca a pallone nel giardino di casa, poi con il tempo ci si iscrive a una società sportiva, si va agli allenamenti, si gioca su un campo vero. Queste poche righe provano a riassumere un'esperienza comune, che in qualche maniera, da genitori o semplicemente da figli, abbiamo vissuto sulla nostra pelle. Ma cosa succe de quando questo schema subisce delle variazioni? Cosa succede quando si conosce per la prima volta la sconfitta? O quando si ha la consapevolezza di essere un "panchinaro" piuttosto che un "titolare"? O quando gli allenamenti diventano, tre, quattro a settimana e bisogna organizzarsi molto bene per conciliarli con lo studio? O ancora, cosa succede quando per la testa di un ragazzo iniziano a farsi strada pensieri legati a una professione sportiva: il sogno di diventare un calciatore, il sogno di andare alle olimpiadi, il sogno di vincere tante gare? Tutto ciò fa parte di una cultura dello sport.Fare sport è in qualche modo un fatto culturale, se per cultura si intende il modo di pensare, gestire, dare senso alla propria vita anche attraverso attività qualificanti svolte nel tempo libero delle persone. Dal modo con cui si vive lo sport è possibile cogliere il valore e il senso della cultura in cui si è immersi, e di conseguenza dal modo con cui si concepisce l'attività sportiva sarà possibile definire il proprio ruolo di dirigenti, di allenatori o di accompagnatori all'interno di una società sportiva.
Se pensiamo allo sport come a un'attività "produttiva", la logica sarà quella del massimo profitto con il minimo spreco di energie; sarà inevitabile pensare di raggiungere il massimo di risultati attraverso le scorciatoie della selezione e dell'esasperazione tecnica. Questi spunti vogliono aiutare a riflettere su cosa voglia dire oggi fare sport. Perché lo sport, che nasce come una riorganizzazione del gioco "infantile", è un'esperienza che ogni ragazzo conosce molto presto e forse per un genitore è una delle prime scelte da affrontare e da discutere assieme. Ci sono sport che privilegiano il gioco di squadra e altri invece totalmente individuali; sport in cui il buon esito è dato dall'unione di tecnica o astuzia, e altri in cui è la potenza del corpo a fare da scarto vincente. Tutto questo permette, ma anche obbliga genitori e figli a fare delle scelte, e tra queste scelte bisogna anche valutare l'ambiente in cui si andrà a fare sport. È per questo che nascono molte società sportive all'interno delle parrocchie. I motivi sono due: uno deriva sicuramente dalla disponibilità di spazi, per cui un centro parrocchiale spesso è dotato dei cesti per giocare a basket, della rete per la pallavolo o dell'erba per il campo da calcio; il secondo motivo per cui esistono società sportive parrocchiali, è proprio strettamente legato a quello che è stato scritto finora. Lo sport è un'esperienza talmente frequente, primaria e delicata, che un ambiente parrocchiale nel quale certi valori vengono messi prima di altri non può non tenerne conto. Di che valori parliamo? Parliamo di valori come l'attenzione per il prossimo, lo spirito di sacrificio, la volontà di fare per se stessi e perché si è dentro a una squadra. A questo punto la sfida per una società sportiva capace di guardare anche a questo, è avere educatori prima che allenatori, giocatori piuttosto che campioni. Quando usiamo la parola giocatori non intendiamo necessariamente qualcosa di "leggero": il gioco rimane una cosa molto seria, che richiede impegno e rispetto. Quando parliamo di "campioni" intendiamo l'esasperazione di questi valori. La parola campione si porta dietro anch'essa frammenti di cultura, ma di una cultura contemporanea deviata, nella quale l'essere campioni viene affiancato all'essere migliori: il campione ha soldi e denaro, il campione deve spremersi perché poi diventa troppo vecchio, il campione se può prendere qualche scorciatoia forse sarà tentato a prenderla. Anche questa è cultura, una cultura che in una società parrocchiale sarebbe bello che non c'entrasse.