Difesa n.10 (8 marzo 2009)

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I CENTRI PARROCCHIALI RISPONDONO ALLE NUOVE SFIDE EDUCATIVE SE OFFRONO FORMAZIONE, PROPOSTE FORTI E SPIRITUALITÀ
Alla ricerca della relazione perduta
I giovani hanno “fame” di adulti e incontri capaci di dare senso

Il presidente della Cei, mons. Angelo Bagnasco, ha evidenziato la necessità di un rinnovato impegno della chiesa nei confronti delle nuove generazioni: «Per loro sappiamo di non fare mai abbastanza – ha affermato – Specialmente in questo momento storico, i giovani sono i primi bersagli della cultura nichilista che li invita, li incoraggia, li sospinge a coltivare soltanto le “passioni tristi”. È una cultura che instilla in loro la convinzione che nulla di grande, bello, nobile ci sia da perseguire nella vita, ma che ci si debba accontentare di un “qui e ora”, di obiettivi di basso profilo, di una navigazione di piccolo cabotaggio, perché vano è puntare la prua verso il mare aperto». E ancora, con estrema chiarezza, ha aggiunto: «Il problema dei giovani sono gli adulti. Essi non respingono l’autorità, cercano l’autorevolezza dei testimoni e dei maestri. Certo che vediamo i loro comportamenti contraddittori, a volte ancora adolescenziali; a volte trasgressivi e gravi. Lo stesso bullismo tuttavia è anche segno di un vuoto dell’anima e un’implicita richiesta d’aiuto. Esperta come deve essere in umanità, la chiesa non si fa ingannare dalle apparenze e sa di dover leggere dietro di esse, dove si celano le movenze più interiori e profonde della persona, e dove arde il desiderio di una vita piena, di traguardi coraggiosi, per i quali vale davvero la pena vivere». I giovani cercano adulti desiderosi di spendere gratuitamente il proprio tempo per loro, capaci di “contenere” la loro rabbia e le loro preoccupazioni e valorizzandone al tempo stesso sogni e speranze. È fame di relazioni. I centri parrocchiali possono essere una risposta alle nuove sfide, soprattutto quelle educative perché sono luoghi a forte valenza umana, sociale e spirituale. Per far questo è necessario un cambio di mentalità che porti a investire nella formazione degli operatori perché le strutture si mantengono, le cose si comprano ma solo le persone garantiscono il salto di qualità. Un ruolo primario può essere ricoperto dalle associazioni, dai gruppi, dai movimenti giovanili e da tutte quelle realtà che investono sul protagonismo dei giovani e che permettono loro di intraprendere esperienze decisive, di condividerle con altri coetanei e di incrociare adulti autorevoli e credibili. Ripensare i tradizionali luoghi di aggregazione assieme ai giovani può essere il primo passo per creare spazi e contesti in ambito parrocchiale in cui possano ritrovarsi, anche in maniera informale. Il secondo suggerimento è “fare rete” con le altre agenzie educative del territorio (scuole, cooperative sociali, servizi di consulenza psico-pedagogica, associazioni) in un percorso di collaborazione tra soggetti impegnati nella formazione dei giovani.

DON RAFFAELE GOBBI: Il “patronato-proposta” educa il cuore

Il coordinamento della pastorale giovanile diocesana è affidato a Padova a don Raffaele Gobbi (nella foto in basso) assistente diocesano dei giovani di Azione cattolica, filtro e motore delle attenzioni pastorali verso questa fascia d’età che richiede una particolare attenzione educativa. «Non credo – afferma – che oggi ci si trovi davanti a un’emergenza educativa, come spesso si dice. Sono piuttosto dell’idea che qualcosa si sia rotto ancora quarant’anni fa. Il ’68 ha sciolto un patto educativo tra generazioni per lasciare spazio all’individualità. Oggi stiamo raccogliendo i frutti di un percorso iniziato quando si contestava tutto e tutti». Riguarda anche la nostra diocesi? Come? «Un campanello d’allarme è la carenza di vocazioni educative. Con vocazioni intendo non solo chi fa l’educatore, ma persone che non sono educatori e si dedicano con competenza e passione mettendo a diposizione il loro tempo. Questa è la nostra emergenza. Forse c’è meno disponibilità a progettare, a guardare lontano e si arranca di evento in evento, o si cerca di colpire ed emozionare senza pensare un percorso lungo e ampio». I centri parrocchiali sono ancora luogo di riferimento per i giovani? «Non credo sia pensabile riempire di giovani gli spazi tradizionali come i centri parrocchiali, dovremmo forse rischiare in nuovi campi. Ad esempio una grande fame dei ragazzi è quella di relazioni profonde. In un’epoca in cui ci sono tantissimi contatti e si è on-line sempre e dappertutto, manca un rapporto vero. Dove, invece, si punta a fare delle esperienze di fraternità e convivenza, dove il centro parrocchiale è attento e apre le porte cercando di qualificare le proposte e sceglierne alcune che nascono dai bisogni dei ragazzi, allora si riesce a fare aggregazione ». Come possiamo oggi fare “intrattenimento”? Metterci in competizione con le molte agenzie che sono di gran lunga più efficaci di noi? «Dovremmo forse puntare verso una riqualificazione delle proposte cercando sempre più una dimensione di evangelizzazione esplicita e diretta». Quali proposte educative efficaci possono proporre i nostri centri parrocchiali? «I centri parrocchiali sono una sfida. Potrebbero forse anche scomparire se si ha come obiettivo quello di portare tante persone. Qualcuno ce la può fare perché ha delle particolari doti e investe tantissimo, ma la comunità media non ce la farà. Possiamo spenderci su altre cose. Innanzitutto è importante passare dal patronato contenitore al patronato proposta. Cercare dei momenti forti in cui aggregare, altri in cui si è in pochi o proprio nessuno. Poi dare autonomia ai ragazzi, lasciare loro degli spazi da gestire in modo partecipativo e corresponsabile. Non più giovani come utenti, ma protagonisti. Mettendo in conto anche che i ragazzi rompono, sporcano, non spengono bene la luce… Gli adulti possono dare autonomia ma anche esigere corresponsabilità. È un lavoro duro, ma così si cresce assieme». I centri parrocchiali possono essere comunità familiari? Come? «Un patronato mi spaventa se diventa una realtà che gestisce tante cose e lavora per scomparti: gli scout con la loro stanza, la Caritas e il suo magazzino, gli ambienti per l’Ac, il cinema, il bar… Tanti tasselli che non lavorano in rete. Dobbiamo invece cercare un centro attorno a cui ruotano tante realtà, sentirsi parte di un grande organismo, condividere un progetto comune. Fare parrocchia». Che cosa chiedono i giovani ai “loro” adulti? «Nessuno vuole più essere adulto, tutti rinviano. Sicuramente ci vorrebbero persone che non fuggono da quello che sono: essere adulto significa aver fatto delle scelte particolari che ti danno responsabilità permanenti, come il matrimonio o delle grosse responsabilità professionali. I ragazzi fanno fatica a connettersi con il mondo adulto, a capirlo. Quando il mondo adulto però si camuffa, cerca l’amicizia, perdiamo tantissimo. I giovani avrebbero bisogno di persone che assumono pienamente le loro responsabilità, fanno gli adulti e sanno lasciare un segno». Come è possibile un’educazione del cuore? «Il cuore è quel luogo-non luogo dove Dio e l’individualità di una persona si toccano e dialogano. È il luogo dove abita Dio, quindi al cuore non si arriva mai, se non per miracolo o per opera della grazia. Però ci si può avvicinare passando per il corpo, le emozioni e la ragione che assieme cercano il dialogo. I ragazzi vanno emozionati, a loro vanno fatte fare esperienze, vanno coinvolti proprio corporalmente tenendo presente anche la sfida del pensare e ragionare. Benedetto XVI ci indica questo come percorso possibile quando alle giornate mondiali della gioventù, eventi che coinvolgono fisicamente ed emozionano, fa il catechista spiegando e argomentando le ragioni della fede. Ci vogliono, inoltre, esperienze iniziatiche forti, che segnano uno stacco. Momenti non fine a se stessi ma legati a un percorso. In alcuni casi queste proposte creano rottura, si rischia di perdere alcuni ragazzi, però è nella logica delle cose. Credo nella saggezza della chiesa che parla di iniziazione e l’ha sempre fatta».

testi di Chiara Bertato

GRANZE. IL CENTRO PARROCCHIALE È RIFERIMENTO PER MOLTI RAGAZZI DEL “BOSCHETTO”
Genitori a casa e in parrocchia

L’esperienza del centro parrocchiale a Granze è partita da poco ma conta di crescere in fretta. «Insieme con un gruppo di genitori – racconta Antonio Fornasiero (in foto), vicepresidente del consiglio pastorale – abbiamo deciso di impegnarci e aprire il centro parrocchiale che era chiuso da alcuni anni. Non è stato facile. Volevamo dare un punto d’incontro a quei ragazzi che si radunavano nel boschetto ». Dopo un anno l’iniziativa sta raccogliendo i primi frutti, tanto che se il volontario tarda ad arrivare, sono i ragazzi che vanno a prenderlo a casa. Portare i ragazzi vicino alla parrocchia, offrire occasioni di incontro e socializzazione, è il lavoro iniziato a Granze. «Questa è la nostra ottica – continua il vicepresidente – tirare via qualche ragazzo dalla strada e metterlo al riparo, sotto un occhio vigile. È bene che in patronato ci sia un adulto di riferimento, ma al nostro fianco cerchiamo anche di avere dei giovani animatori che facciano da aggancio». I ragazzi hanno bisogno di riferimenti credibili negli adulti e nei giovani più grandi, di trovare un luogo dove sentirsi protagonisti. Anche per gli educatori è importante cercare occasioni di confronto. «Per educare i ragazzi – continua Fornasiero, che è anche papà di tre bimbi e una bimba in affido – è importante formare gli adulti. È per questo che noi cerchiamo di trovarci una volta al mese per una verifica. I genitori hanno il primo compito di educazione in casa, i figli, ma cercano di farlo anche fuori verso gli altri “piccoli”».

Festa giovani a Jesolo

?L’8 marzo, al palaturismo di Jesolo, l’associazione Noi è presente alla festa dei giovani, l’annuale appuntamento del movimento giovanile salesiano che raccoglie quasi 5 mila giovani provenienti da tutto il Triveneto. Noi si presenta con un colorato stand in cui trovare informazioni, spunti e materiali. Veniteci a trovare!

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