Il coordinamento della pastorale giovanile diocesana è affidato a Padova a don Raffaele Gobbi (nella foto in basso) assistente diocesano dei giovani di Azione cattolica, filtro e motore delle attenzioni pastorali verso questa fascia d’età che richiede una particolare attenzione educativa. «Non credo – afferma – che oggi ci si trovi davanti a un’emergenza educativa, come spesso si dice. Sono piuttosto dell’idea che qualcosa si sia rotto ancora quarant’anni fa. Il ’68 ha sciolto un patto educativo tra generazioni per lasciare spazio all’individualità. Oggi stiamo raccogliendo i frutti di un percorso iniziato quando si contestava tutto e tutti». Riguarda anche la nostra diocesi? Come? «Un campanello d’allarme è la carenza di vocazioni educative. Con vocazioni intendo non solo chi fa l’educatore, ma persone che non sono educatori e si dedicano con competenza e passione mettendo a diposizione il loro tempo. Questa è la nostra emergenza. Forse c’è meno disponibilità a progettare, a guardare lontano e si arranca di evento in evento, o si cerca di colpire ed emozionare senza pensare un percorso lungo e ampio». I centri parrocchiali sono ancora luogo di riferimento per i giovani? «Non credo sia pensabile riempire di giovani gli spazi tradizionali come i centri parrocchiali, dovremmo forse rischiare in nuovi campi. Ad esempio una grande fame dei ragazzi è quella di relazioni profonde. In un’epoca in cui ci sono tantissimi contatti e si è on-line sempre e dappertutto, manca un rapporto vero. Dove, invece, si punta a fare delle esperienze di fraternità e convivenza, dove il centro parrocchiale è attento e apre le porte cercando di qualificare le proposte e sceglierne alcune che nascono dai bisogni dei ragazzi, allora si riesce a fare aggregazione ». Come possiamo oggi fare “intrattenimento”? Metterci in competizione con le molte agenzie che sono di gran lunga più efficaci di noi? «Dovremmo forse puntare verso una riqualificazione delle proposte cercando sempre più una dimensione di evangelizzazione esplicita e diretta». Quali proposte educative efficaci possono proporre i nostri centri parrocchiali? «I centri parrocchiali sono una sfida. Potrebbero forse anche scomparire se si ha come obiettivo quello di portare tante persone. Qualcuno ce la può fare perché ha delle particolari doti e investe tantissimo, ma la comunità media non ce la farà. Possiamo spenderci su altre cose. Innanzitutto è importante passare dal patronato contenitore al patronato proposta. Cercare dei momenti forti in cui aggregare, altri in cui si è in pochi o proprio nessuno. Poi dare autonomia ai ragazzi, lasciare loro degli spazi da gestire in modo partecipativo e corresponsabile. Non più giovani come utenti, ma protagonisti. Mettendo in conto anche che i ragazzi rompono, sporcano, non spengono bene la luce… Gli adulti possono dare autonomia ma anche esigere corresponsabilità. È un lavoro duro, ma così si cresce assieme». I centri parrocchiali possono essere comunità familiari? Come? «Un patronato mi spaventa se diventa una realtà che gestisce tante cose e lavora per scomparti: gli scout con la loro stanza, la Caritas e il suo magazzino, gli ambienti per l’Ac, il cinema, il bar… Tanti tasselli che non lavorano in rete. Dobbiamo invece cercare un centro attorno a cui ruotano tante realtà, sentirsi parte di un grande organismo, condividere un progetto comune. Fare parrocchia». Che cosa chiedono i giovani ai “loro” adulti? «Nessuno vuole più essere adulto, tutti rinviano. Sicuramente ci vorrebbero persone che non fuggono da quello che sono: essere adulto significa aver fatto delle scelte particolari che ti danno responsabilità permanenti, come il matrimonio o delle grosse responsabilità professionali. I ragazzi fanno fatica a connettersi con il mondo adulto, a capirlo. Quando il mondo adulto però si camuffa, cerca l’amicizia, perdiamo tantissimo. I giovani avrebbero bisogno di persone che assumono pienamente le loro responsabilità, fanno gli adulti e sanno lasciare un segno». Come è possibile un’educazione del cuore? «Il cuore è quel luogo-non luogo dove Dio e l’individualità di una persona si toccano e dialogano. È il luogo dove abita Dio, quindi al cuore non si arriva mai, se non per miracolo o per opera della grazia. Però ci si può avvicinare passando per il corpo, le emozioni e la ragione che assieme cercano il dialogo. I ragazzi vanno emozionati, a loro vanno fatte fare esperienze, vanno coinvolti proprio corporalmente tenendo presente anche la sfida del pensare e ragionare. Benedetto XVI ci indica questo come percorso possibile quando alle giornate mondiali della gioventù, eventi che coinvolgono fisicamente ed emozionano, fa il catechista spiegando e argomentando le ragioni della fede. Ci vogliono, inoltre, esperienze iniziatiche forti, che segnano uno stacco. Momenti non fine a se stessi ma legati a un percorso. In alcuni casi queste proposte creano rottura, si rischia di perdere alcuni ragazzi, però è nella logica delle cose. Credo nella saggezza della chiesa che parla di iniziazione e l’ha sempre fatta».
testi di Chiara Bertato