Due anni fa la parrocchia della Guizza, in collaborazione con il progetto giovani del comune di Padova, ha organizzato il primo corso per la preparazione di cocktail analcolici.
All’iniziativa, tenuta da un barman, hanno partecipato una ventina di giovani dalla quarta superiore all’università, che poi si sono resi disponibili durante la festa della comunità a preparare per i loro coetanei, ma non solo, bevande analcoliche.
«Lo scopo era sensibilizzazione, aprire il “coperchio della pentola” – spiega don Luca Facco, vicedirettore della Caritas diocesana e vicario parrocchiale alla Guizza – Con il pretesto di dare una formazione specifica ci interessava soprattutto porci delle domande sul nostro personale rapporto con il bere. Bravissima è stata l’insegnante che, oltre a essere barman di professione, era anche laureata in scienze della formazione ed è riuscita a cogliere in ciascuno dei ragazzi l’atteggiamento che aveva nei confronti delle sostanze e a lavorarci personalmente».
I giovani hanno promosso questo nuovo modo di bere tra i loro coetanei: siete stati contenti dei risultati ottenuti?
«Sì, soprattutto per quanto riguarda il numero dei partecipanti al corso. Avere venti giovani più formati e attenti a questo tema è un capitale sociale e un patrimonio che lentamente si svilupperà e crescerà in forme molto discrete e umili che non sempre si possono vedere e quantificare, come un virus positivo che si diffonde per contagio e lentamente può sgretolare modelli che sembrerebbero impossibili da scalfire. Dobbiamo favorire e formare giovani capaci di contatto con altri giovani, capaci di interrogare e farsi interrogare, capaci di una nuova sensibilità e mentalità, capaci di incontrare e ascoltare senza giudicare e senza nutrire atteggiamenti di superiorità o inferiorità».
Si parla molto di abuso di alcol tra i giovani: ci sono delle risposte che possono venire dai centri parrocchiali riguardo a questo fenomeno sempre più dilagante e che coinvolge anche gli adolescenti?
«Sinceramente non sono un esperto, ma leggo le cronache locali dei giornali e soprattutto, vivendo in città all’interno di un quartiere, ho una visuale molto concreta. Ho visto e continuo a vedere giovani che abusano di alcol. Non potrò mai dimenticare un ragazzo di quindici anni con un bottiglione da due litri di vino in mano mentre lo va a nascondere in un angolo all’esterno del centro parrocchiale per non farsi vedere. E poi adolescenti che frequentano i gruppi parrocchiali e, attraverso amici, si viene a sapere che si ritrovano in casa di coetanei per bere alcolici come passatempo. Oppure le discussioni fiume la prima sera di qualche camposcuola quando di nascosto alcuni ragazzi, e a volte anche ragazze, hanno portato da casa degli alcolici. Ma anche adulti che finita la sagra si trovano a rilassarsi per il gran lavoro fatto e corrono il rischio di eccedere con il vino. Ecco: i giovani sono lo specchio del mondo adulto. Il problema dell’abuso lo viviamo quotidianamente e riguarda tutti, interpella il nostro personale e comunitario stile di vita».
Anche la pastorale cittadina della diocesi di Padova è scesa in campo a questo riguardo cercando di fornire ai giovani delle proposte concrete sulla prevenzione dell’uso e dell’abuso di alcol.
«Tra le varie proposte della pastorale cittadina di fronte ai problemi alcolcorrelati c’è stata l’idea di proporre un nuovo stile di vita, un nuovo modo di stare insieme, fare festa e bere qualcosa di buono senza necessariamente far uso di sostanze alcoliche. Lo scopo è formare alcuni giovani sensibili e motivati che, all’interno delle tante feste a cui partecipano in maniera informale, sappiano preparare cocktail analcolici, così da diventare loro stessi in grado di proporre qualcosa di diverso e di porre in discussione certi modelli per cui bisogna necessariamente trasgredire per divertirsi».
Quale potrebbe essere il ruolo dei circoli parrocchiali nella prevenzione dell’alcolismo tra i giovani?
«Il mio sogno e la mia speranza è che si arrivi a togliere ogni bevanda alcolica dai circoli in quanto luogo educativo. Lo scopo non è demonizzare, ma creare l’occasione perché all’interno dei circoli, ma anche e soprattutto nelle nostre case, ci si interroghi e ci si ponga tutti insieme delle domande sulla qualità della nostra vita e delle nostre relazioni».